Antonio Mariotti – Corriere del Ticino, 20 gennaio 2024

59. GIORNATE CINEMATOGRAFICHE / Nelle prime battute del festival non sono mancati i titoli interessanti: dal lungometraggio «Les paradis de Diane», firmato a quattro mani da Carmen Jaquier e Jan Gassmann, al documentario «La scomparsa di Bruno Breguet» del regista ticinese Olmo Cerri

Una pioggia fitta e continua ha battezzato a dovere, mercole- dì sera, la 59. edizione delle Giornate cinematografiche di Soletta. Ciò non ha però impedito agli invitati di affollare in ogni ordine di posti la Reithalle per assistere alla cerimonia di inaugurazione della rassegna. Cerimonia durante la quale il direttore artistico, Niccolò Castelli, ha ribadito il concetto che sintetizza lo spirito del festival 2024: «Finché ci saranno tabù da sfatare, il cinema avrà una sua valida ragion d’essere»

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Nel concorso Visioni: Olmo Cerri disegna il ritratto di un’epoca distante ma da non dimenticare

Un destino avvolto dalla nebbia

Soletta è, da sempre, anche una mecca per gli amanti dei documentariche, già dalle prime battute del festival, hanno affollato le sale. E anche in questo ambito non mancano certo i tabù da sfatare grazie a vicende affrontate con il necessario dispendio di tempo. Dall’approfondita e commovente indagine di Miklos Gimes sui figli seminati qua e là negli anni ‘60 da un parroco di campagna (Unser Vater) al «percorso di guerra» del consigliere di Stato Manuele Bertoli, seguito passo per passo dalla telecamera di Stefano Ferrari durante la sua ultima legi- slatura (Un giorno bello, l’altro no). La presenza ticinese più attesa dei primi giorni delle 59. Giornate era però la prima assoluta, nell’ambito del concorso Visioni, del documentario La scom- parsa di Bruno Breguet, realizzato da Olmo Cerri e prodotto dalla zurighese Dschoint Ventschr insieme ad Associazione Rec e RSI. Per raccontare efficacemente l’intricata e misteriosa vicenda di questo locarnese che giovanissimo, all’inizio degli anni 70, finisce sotto i riflettori dei media per essere stato incarcerato in Israele, dopo essere stato arrestato ad Haifa con addosso una cintura d’esplosivo destinato ad un attentato in favore della causa palestinese, il regista compie una serie di scelte necessarie e ben ponderate. Prima di tutto evidenzia il proprio impegno sociale e politico creando così un ponte ideale tra passato e presente, in secondo luogo dà la parola a cinque amici ticinesi del protagonista, stabilendo così dei fruttuosi parallelismi tra modi diversi – e per molti versi divergenti – di concepire la lotta per la giustizia sociale. Questa base chiara permette a Cerri di sviluppare in maniera equilibrata il discorso, tra realtà locale e internazionale, tra le relazioni (po- che ma intime) intrattenute da Breguet sul nostro territorio e quelle (complesse e segrete) che lo hanno accostato, di volta in volta, al Fronte di liberazione della Palestina, alla banda di Carlos, ai movimenti terroristici europei degli «anni di piombo» o addirittura alla CIA. Il destino di Breguet – e in particolare la sua sparizione nel nulla mentre era a bordo di un traghetto tra Ancona e Igoumenitsa nel 1995 – rimane avvolto da una fitta nebbia, ma il pregio principale di questo film – al quale comprensibilmente i familiari di Breguet hanno preferito non partecipare – è quello di riportare alla luce le tante ramificazioni di un periodo che appare ideologicamente remoto, ma le cui dinamiche fondamentali e i cui tabù non possono certo dirsi risolti.